Il feudo

L’origine di Tavoletto come luogo di insediamenti umani è antichissima e non è perciò definibile in modo preciso, anche se presumibilmente già in epoca preromana in tutta la zona ci furono significative presenze di popolazioni liguri. Data la vicinanza con Pollenzo, una delle principali colonie romane della Regio IX, si può ipotizzare con una certa sicurezza che in quel periodo le colline di Tavoletto fossero abitate e che il borgo facesse parte di una comunità più estesa situata lungo il torrente Mellea, nella valle Rossi. Questi insediamenti, generalmente raggruppati e considerati in un’ottica unitaria più vasta, vengono detti Anforiani, prendono cioè il nome dalla villa di Anforiano, così chiamata proprio perché ricca di materiale argilloso per la produzione di vasi e calici.

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Frontespizio del Manoscritto di Giovanni Tommaso Gallarati “Compendio Storico ovvero memorie storico-patrie della Villa di Sommariva di Perno

La prima data di riferimento certa per la storia di Tavoletto è il 1111 quando Amedeo, figlio di Alrico, dona la sua parte del borgo di Teuoleto, del castello e di tutte le cose di sua pertinenza al Vescovo d’Asti Landolfo, che, come consuetudine, gliene concede l’investitura in feudo.
Dal documento emerge che Tavoletto era un feudo con territorio e giurisdizione ed era costituito da un castello, un piccolo borgo e una cappella. La sicurezza che si tratti del Tavoleto che ci riguarda deriva  dal fatto che in questo documento vengono citate anche le ville di Anforiano e Ninzolasco, entrambe situate nei pressi della valle Rossi. Dalla data riportata sul documento possiamo inoltre supporre che la costruzione del castello sia avvenuta presumibilmente alla fine del X secolo, quando in tutta la zona si verifica un processo di fortificazione, che ha sì lo scopo di difendersi meglio da eventuali invasioni e scorrerie esterne (come era stato con saraceni e ungari), ma è soprattutto un segno di affermazione e prestigio dei feudatari locali.

Se la donazione del 1111 ci permette di datare indicativamente l’edificazione del castello, un documento del 1162 ci offre invece la possibilità di capire meglio come e da cosa fosse costituito il feudo. Infatti in quest’anno Oberto, figlio di Orser, dona al vescovo d’Asti Anselmo, ricevendone l’investitura e venti lire astesi, tutto quello che egli ha nel castello e nella villa di Tavoletto e in tutta l’estensione del feudo: tali possessi consistono in terre, vigne, boschi (coltivati e non), pascoli, fonti e chiese; inoltre l’investitura prevede che il castello possa essere in qualunque momento usato dal vescovo e dalle eventuali truppe al suo seguito. Possiamo quindi dedurre che per tutto il XII secolo i signori di Tavoletto sono vassalli del vescovo d’Asti, che non è però l’unico proprietario, visto che Oberto specifica di donare quanto in suo possesso, lasciando intendere che esistono parti del feudo non di sua proprietà. Considerando che anche nella precedente donazione, quella del 1111, Amedeo donava la sua parte (meam porcionem) di castello e villa e che l’abbazia di Breme, uno delle più importanti del medioevo, aveva sue proprietà a Tavoletto, l’altro proprietario non può che essere identificato proprio nell’abbazia, avversaria in quel periodo del vescovo d’Asti per contese legate ai confini dei territori di pertinenza e proprietaria, per concessione imperiale e papale, di ampi territori in tutta la zona di Langa e Roero (ancora alla metà del XIV secolo l’abbazia contava dei possedimenti a Sanfré).

Prima edizione a stampa del Gallarati, pubblicata dall'Associazione nel 2007 e disponibile su richiesta

Prima edizione a stampa del Gallarati, pubblicata dall’Associazione nel 2007 e disponibile su richiesta

Le cose iniziano a cambiare sul finire del XII secolo, quando nella storia di Tavoletto entra in scena il Comune di Alba, che negli anni seguenti si scontrerà ripetutamente per l’egemonia territoriale con il Comune di Asti. Nel 1192 Raimondo di Santa Vittoria dona ad Alba tutto quanto possedeva a Santa Vittoria e a Tavoletto sia nei castelli e territori loro annessi che nelle ville; da qui in avanti i signori di Tavoletto sembrano svincolarsi dalla protezione astese per affidarsi a quella di Alba. E’ soprattutto nella prima metà del XIII secolo che avviene questo spostamento, quando in ripetute occasioni i signori di Tavoletto si schierano con Alba. Dopo decenni di scontri e contese si arriva al 1282, quando il Comune di Asti, evidentemente sostituitosi alla Chiesa astigiana nel controllo del territorio, vende agli Isnardi, importante famiglia astigiana, Sommariva Perno, Tavoletto, Ninzolasco e Monticello.

La vendita agli Isnardi è l’ultima traccia documentaria riguardante la villa di Tavoletto, che probabilmente già a partire dalla metà del XIII secolo aveva iniziato la sua decadenza: i continui scontri tra i comuni di Asti ed Alba, che risulterà poi perdente (e quindi forse anche il fatto di essere alleati di Alba), avevano presumibilmente danneggiato in modo irreversibile villa e castello e costretto la popolazione a rifugiarsi a Sommariva Perno, feudo più grande ed in una posizione più sicura. Tuttavia, a testimoniare l’importanza avuta nei secoli precedenti dal feudo, si deve dire che dal cattedratico della Chiesa d’Asti risulta che nel 1345 la chiesa di Tavoletto aveva un registro superiore alla parrocchiale di Sommariva Perno.

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Copia del manoscritto del Gallarati, conservato all’Archivio Adriani di Cherasco

E’ molto probabile che tale chiesa fosse la cappella del castello, oltre che parrocchiale del feudo, e che successivamente fu dedicata alla Madonna. La posizione è ideale per la presenza di un luogo di culto e non si può nemmeno escludere che, come avvenuto in numerosi casi, l’edificio fosse stato costruito sui resti di qualche altra costruzione religiosa di origine romana, in un sito, quindi, che nella memoria collettiva era ormai considerato come sacro. A rafforzare tale ipotesi contribuisce anche il citato documento del 1345, che parla infatti di chiesa del Tavoletto, senza specificare l’intitolazione e lasciando intendere che fosse la parrocchiale dell’ormai scomparso feudo; la chiesa di Santo Stefano, i cui resti erano ancora visibili ad inizio Ottocento, come testimoniato dal Gallarati, si trovava più in basso, dove forse era concentrato il maggior numero di abitazioni, ed è  possibile che avesse principalmente la funzione di punto di aggregazione ed  incontro per gli abitanti del borgo, cioè di “oratorio”, come in tutte le ville del tempo.