I quadri

Il Santuario della Madonna del Tavoletto ha conservato al suo interno due delle più antiche pitture su tavola del Roero.

pietà

La Pietà di Gian Martino Spanzotti

La più celebre è sicuramente la Pietà, che dopo diversi pareri è stata definitivamente attribuita a Gian Martino Spanzotti. Il ruolo di assoluto rilievo del pittore casalese nell’arte figurativa del suo tempo è ormai unanimemente riconosciuto. Nell’area compresa tra Casale, Ivrea e Vercelli, lo Spanzotti fu determinante nel dare un tratto originale alla pittura piemontese tra fine Quattrocento e inizio Cinquecento, contribuendo in modo decisivo a eliminare i vincoli di subordinazione dall’arte lombarda. Il celebre studioso albese Roberto Longhi celebrava la struttura pierfrancescana dell’opera dello Spanzotti e lo definiva “il gran genio di quella scuola piemontese…il punto dove la pittura italiana e la francese ‘italianista’ si danno mirabile ritrovo”.

Se la critica è concorde nell’assegnare allo Spanzotti la Pietà, c’è qualche dubbio sulla datazione precisa del quadro, anche se il 1490 va considerato come l’anno più probabile di realizzazione del dipinto. L’unica cosa che si sa con certezza è che Spanzotti fu attivo in Piemonte dal 1480 al 1526, pertanto il quadro va comunque sicuramente collocato in quell’arco di tempo. Una dettagliata e ammirata descrizione è quella lasciataci da Euclide Milano che nel 1908 sulla rivista Arte e Storia scriveva: “…Raffigura il Redentore. Questi è dipinto a mezzo busto su uno sfondo rosso nel quale si delineano testine di angioletti sorridenti. La mano destra è rivolta al cielo con due dita e il pollice alzati e la sinistra sostiene un piccolo globo. Austero e grave, eppure spirante bontà di amore è il volto del Nazareno: i capelli e la faccia sono di grande finezza. ma più importante ed attraente è la tavola maggiore, in cui il tema del Cristo morto è trattato maestralmente come nei quadri analoghi del Bergognone, del Civecchio e del Giambellino. Sta Gesù Cristo come in piedi, ma in atto di grave abbandono. L’esile corpo, raffigurato fin sotto la fascia onde sono recinti i fianchi, è già tinto del livido color della morte, cereo ed esangue. E la pia madre, infelicissima, avvolta la fronte e il collo di bianche bende, coperta di un manto verde scuro che le occulta anche le braccia e le mani, solo appariscenti sotto le pieghe, sostiene amorosamente il figlio diletto in un atteggiamento di supremo dolore. Egli reclina leggermente il capo sull’omero destro e la madre, standogli alla sinistra, posa soavemente la testa stanca sulle sue chiome bionde inanellate, che piovono da ambo i lati incoronandogli il dolce viso”. Il dipinto è attualmente conservato nella chiesa della frazione Rossi, mentre altre due Pietà spanzottiane si trovano presso il Museo di Belle Arti di Budapest e al Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo a Roma.

L’altro dipinto, databile agli inizi del Cinquecento, che si trovava nella Chiesa della Madonna del Tavoletto è un tondo raffigurante l’Adorazione del Bambino Gesù. Così lo descriveva nel 1908 Napoleone Ceschi:

Adorazione del Bambino Gesù

Adorazione del Bambino Gesù

“…Questo quadro nella sua concezione arieggia alquanto lo stile toscano della seconda metà del Quattrocento. La Vergine è inginocchiata dinanzi al pargoletto e lo adora con le mani giunte. Un ricco manto turchino scuro le scende dalle spalle coprendole in parte l’abito rosso a fregi dorati. Sul capo un lino giallognolo le raccoglie i capelli neri e con essi cade sugli omeri. Il Bambinello giace ignudo per terra disteso sopra le pieghe del manto della Madre, e con un fascio di paglia sotto la testa. Dietro ha il San Giovannino che gli porge dolcemente una croce formata da due ramoscelli legati insieme; a quest’ultimo scende dalla spalla sinistra un mantello rosso che gli nasconde in parte la pelle d’animale di cui ha coperte le rosee carni. Dietro alla Vergine e a destra di chi osserva il quadro, è dipinto San Sebastiano ignudo, legato al tronco di una albero e trafitto da frecce; a sinistra vedesi San Giuseppe anche inginocchiato e in atto di preghiera. Lo sfondo è un paesaggio povero di contrasti ove sono dei pastori destati dalla voce di un angelo che discende dal cielo…”.

A completare le osservazioni del Ceschi ha contribuito Andreina Griseri, che nel 1984 ha pubblicato un saggio su quest’opera, sostenendo: “Il dipinto, in discreto stato di conservazione, nella sua cornice aulica del secolo XIX, si colloca nella cerchia gravitante intorno a Sebastiano Mainardi (San Gimignano 1450 ca. – Firenze 1513), e i confronti in partenza sono con opere discusse anche in anni recenti, quali i due tondi su tavola del Museo Civico di San Gimignano (…); e si tratta di opere già riferite a Domenico Ghirlandaio (…). Resta significativa la variante popolare presente a Sommariva, così domestica nella compunta devozione, e che, forse, proprio per questo era stata scelta da un committente d’elité, come testimonia l’elaborata cornice dell’Ottocento: e a questo punto non si può dimenticare che a Sommariva era di casa Vittorio Emanuele II, attento a creare consensi intorno al suo castello. A questo clima non era estranea l’iconografia della “Sacra Famiglia”, con cui il re intendeva ribadire più di un’unione, e la traccia potrebbe avallare il dono del dipinto toscano di pieno Quattrocento, al pari di un consistente ex-voto regale”. Attualmente il tondo si trova nei locali della casa canonica di Sommariva Perno, di fronte alla Chiesa Parrocchiale.

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